Era nell’aria da tempo, ok, ma la notizia dell’abbandono dei Giovani Democratici al Pd (17 tesserati con in testa l’ex segretario Antonino Landro) non può che riempierci il cuore di tristezza. Per due motivi fondamentali: il primo, perché vedere dei ragazzi costretti a gettare la spugna, a lasciare il Partito che hanno contributo a fondare a far crescere, è sempre una sconfitta; secondo, perché – dopo la fuoriuscita nei mesi scorsi della minoranza interna guidata da Saverio Bosco – l’addio dei Gd certifica un evidente fallimento del progetto del Partito Democratico lentinese. Che da forza riformista e propulsiva si è progressivamente – negli anni in cui è stata al governo – rinsecchita sempre più, perdendo energie e forze vitali. La vittoria di Alfio Mangiameli, cinque anni fa, sembrava aver avviato un processo assolutamente nuovo, sia nel campo del centrosinistra, sia in quello politico-amministrativo: Mangiameli, infatti, era riuscito a vincere costruendo una coalizione autenticamente riformista, imperniata soprattutto sulla forza elettorale e politica del Pd (che allora era ancora rappresentato dalle liste separate di DS e Margherita) e di qualche lista minore (come, ad esempio, il Partito Socialista o l’Udeur), arrivando anche a rifiutare – al ballottaggio – i voti della sinistra massimalista di Rifondazione Comunista e Pdci. Quella scelta, rivelatasi vincente, aveva permesso al centrosinistra di ritornare al governo dopo 4 anni di centrodestra, e di conquistare la bellezza di 13 consiglieri comunali: da lì, si è poi arrivati alla nascita del Pd, che avrebbe dovuto rappresentare il suggello finale del centrosinistra lentinese. E invece proprio allora, nel giro di un anno, qualcosa si è rotto. Irrimediabilmente. I contrasti di alcuni consiglieri eletti nelle fila della maggioranza con il sindaco e il loro conseguente passaggio all’opposizione (giusto per fare i nomi di Mazzilli, Vasile, Crisci, Mirisola), hanno sicuramente contribuito ad affossare quella che sembrava una prospettiva politica più che rosea. Sia sul versante amministrativo, con il centrosinistra che da quattro anni è minoranza fissa in consiglio comunale, sia su quello politico, con un crollo pressoché inarrestabile dei consensi per il Pd: dal 27 per cento delle elezioni comunali del 2006, infatti, con 3915 voti di lista (risultato questo confermato alle elezioni regionali del 2008), si è passati al 21,5% (con soli 1.803 voti di lista) delle elezioni europee e si è arrivati, ad oggi, a delle previsioni che assegnano alla lista del Pd una forbice di voti che va da un minimo di 1000-1200 voti a un massimo di 1500. Un autentico disastro per un partito che pure, tra mille sbagli ed errori, aveva lanciato – bruciando tutti sul tempo – il primo centrosinistra allargato all’Udc. Che, a nostro avviso, sarebbe potuta essere un’ottima prospettiva di governo, capace di unire moderati e progressisti, se non fosse naufragata a causa di incomprensioni e personalismi vari e diffusi.
E non è un caso che, in prossimità del voto, il Pd lentinese si scopra debole e preoccupato: incapace di attrarre forze nuove, di emozionare il proprio elettorato come una volta, costretto sempre sulla difensiva dal fuoco incrociato degli oppositori, paga soprattutto – a nostro avviso – una saldatura eccessiva tra il partito e l’amministrazione comunale. In sostanza, in questi anni i cittadini lentinesi hanno finito per far coincidere il Pd lentinese – con il suo apparato dirigente e le sue strutture politiche – con il governo targato Mangiameli: il che sarebbe stata un’ottima cosa, se il giudizio della città fosse stato positivo nei confronti di questi cinque anni di governo. Cosa che, lo sappiamo bene, così non è. Ecco perché tutti i contraccolpi che l’amministrazione ha dovuto subire, si sono riflessi sul partito, che non ha avuto la forza necessaria per costruirsi una propria autonomia e una propria immagine. Il Pd è diventato Mangiameli e Mangiameli è diventato il Pd. E ora che pare che l’elettorato voglia lasciarsi alle spalle l’ultima esperienza di governo, il Pd appare destinato ad essere trascinato nel gorgo: con una differenza fondamentale, però. Se Mangiameli (ma forse sarebbe bene dire “i Mangiameli”) ha una grande forza elettorale personale, il Pd non sembra godere della stessa salute: ha sciupato l’occasione delle Primarie, che avrebbero rappresentato un possibile allargamento della base elettorale, e paga quindi il proliferare di amici diventati nemici. La stessa coalizione di centrosinistra si è ridotta esclusivamente a un monocolore democratico, con tutte le insufficienze del caso. E ora, ironia della sorte, gli unici alleati del sindaco Mangiameli sono rimasti i comunisti della Federazione della Sinistra – gli stessi che cinque anni fa furono lasciati fuori dall’alleanza di centrosinistra – mentre è naufragato ogni dialogo con i moderati del Terzo Polo; senza contare il fatto, poi, che a sinistra dello stesso Pd, Sinistra e Libertà e i Movimenti Civici abbiano espresso due candidature a sindaco forti (rispettivamente, del dott. Alfio Grimaldi e della prof.ssa Mariella Cristiano) che rappresenteranno più che un fastidio per Mangiameli. Che, giurano i bene informati, potrebbe anche non accedere al ballottaggio, superato dal candidato dell’Mpa Enzo Reale. In questo quadro vanno lette le dimissioni dei Giovani Democratici, come testimoniato da un passaggio della loro lettera di dimissioni: “la crescita di un gruppo giovane dovrebbe essere la priorità per un partito che davvero guarda ad un futuro imminente di sviluppo. Invece ci siamo sentiti ospiti, ospiti a casa nostra. Ospiti mal visti e mal sopportati. A meno che, ribadiamo, non sposassimo la causa dei grandi del partito”.
La notizia del fallimento del Pd lentinese – in linea, forse, con quello nazionale – non è una buona notizia. Perché Lentini, storica piazza rossa, legata ancora a un’idea di sinistra veterobracciantile, ha un enorme bisogno di una grande idea di centrosinistra autenticamente riformista e moderna: idea che il Pd avrebbe potuto incarnare alla grande. E che, invece, ha condannato al fallimento.
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